Mediterraneo: un mare in lento degrado

Il Mediterraneo è un tesoro prezioso: ricco di storia, culla di civiltà, fonte di benessere per 143 milioni di persone che abitano le sue coste, patria del 9% della biodiversità marina di tutto il mondo. Uno dei mari più importanti, ma anche vulnerabili e inquinati al mondo. 

Il suo ambiente marino e costiero oggi subisce pressioni dalla rapida urbanizzazione, da un turismo non sostenibile e dall’inquinamento. Ogni anno le sue acque inglobano migliaia di tonnellate di sostanze tossiche provenienti da scarichi urbani, agricoli ed industriali, un pericolo per la vita acquatica. Lo dimostrano le maree rosse o gialle in aumento, generate dalla putrefazione delle alghe.
55 tonnellate di lindane, un pesticida altamente tossico, 13 tonnellate di mercurio, detergenti, cadmio, zinco epiombo viaggiano ogni anno nelle acque per migliaia di chilometri.

L’erosione delle coste è dovuta ad uno sviluppo urbanistico incontrollato: si costruiscono porti, strade e ponti, strutture ricettive per accogliere 175 milioni di turisti ogni anno. 
Lo stesso turismo al contempo danneggia e viene danneggiato dalle condizioni del Mare Nostrum.
Noi turisti, amanti del mare troppo spesso non lo rispettiamo, lo scambiamo per una discarica dove abbandonare bottiglie e sacchetti di plastica, che diventano trappole per pesci, insoliti ed antiestetici galleggianti.

La pesca, eccessiva e spesso illegale, è diventata un’attività distruttiva per questo tesoro. Il tonno rosso si avvia verso l’estinzione, la sua cattura è senza freni e non permette la riproduzione di questa specie, simbolo del Mediterraneo. Le spadare, i “muri della morte”, calate illegalmente in mare dai pescherecci italiani, sono una trappola per balene, delfini e tartarughe.

Pericolo maggiore restano le maree nere, le scie delle petroliere che trafficano il Mediterraneo, condanna a morte per la florida biodiversità che popola le sue acque. Il nostro paese è il più esposto a questo genere di disastri ecologici: in pole position lo stretto di Messina ed i principali porti. 
Ogni anno le acque del Mediterraneo sono solcate da oltre 5.000 imbarcazioni (traghetti, navi cisterna) che trasportano oltre 340 milioni di tonnellate di greggio, 8 milioni di barili ogni giorno. I loro scafi danneggiati o incidentati versano in mare dalle 100 alle 150.000 tonnellate di idrocarburi ogni anno. Una distesa di “catrame” che nasconde il mare sottostante, con una densità media di 30 mg/m³, un record mondiale (dal Dossier di Legambiente).
Ancora più inquietante è l’inquinamento causato dagli scarichi di idrocarburi, ordinati da capitani poco scrupolosi, più diffuso delle maree nere, ancora più difficile da combattere.
Il transito delle imbarcazioni disperde nelle acque un composto della loro vernice, il tributilsragno, responsabile delle recenti mutazioni di sesso dei molluschi (fenomeno dell’imposex).

Il riscaldamento globale lascia la sua traccia nella ridefinizione della rosa dei venti: un caldo Scirocco soffia sulle acque del Mediterraneo, sostituendosi sempre più al Maestrale, più mite ed umido. Queste acque, sempre più calde, stanno diventando un habitat ideale per alcuni pesci tropicali, in aumento nel canale di Sicilia, provenienti dal mar Rosso e dall’Oceano Atlantico. 

L’Unione Europea mira alla protezione di quest’area marittima attraverso l’iniziativa Horizon 2020: un flusso di finanziamenti finalizzato a ridurre le principali fonti di inquinamento e a promuovere la ricerca sulle problematiche che minacciano sempre più il Mediterraneo. 
Per affrontare faccia a faccia queste minacce salpa, come ormai da tre anni, la nave di Greenpeace, Artic Sunrise, in missione per “Defending our Mediterranean”. 
Questi marinai-volontari saranno impegnati nella ricerca delle zone maggiormente a rischio, nella denuncia di tutte le attività illegali e distruttive del Mediterraneo, scrigno ricco di tesori.

Foto: www.ilmediterraneo.it

 

Tania Bolsi