Cinque (6): I cinque film imperdibili nella storia del cinema sportivo

Tre annotazioni, prima di cominciare.                                                         
Primo, in questa breve lista non compare il mio film preferito, Cinderella man. Non compare, anche se probabilmente lo meriterebbe, per due ragioni: la prima è che il sottoscritto ha, per il film in questione, un’adorazione viscerale che gli impedirebbe di scrivere un commento lucido, imparziale e della lunghezza di poche righe; la seconda è che per valutare la grandezza di un film bisogna anche aspettare di vedere se, a distanza di anni, la pellicola in questione mantiene intatto il suo fascino. Per esempio, sette anni fa consideravo Ali un miracolo della storia del cinema, mentre ora l’ho molto ridimensionato. In ogni caso, quando tra dieci anni rifarò questa classifica, riprenderò in considerazione Cinderella man, e se avrà mantenuti intatti i pregi che l’hanno reso il mio film preferito, entrerà in classifica e occuperà la posizione che merita. Alla faccia di chi lo considera un film scadente solo perché a colori, coinvolgente, di successo e interpretato da attori noti al grande pubblico.                                          

Secondo, dato che mettere sulla bilancia decine di film per sceglierne solo cinque è un lavoro difficile, ho deciso di fare un’operazione forse scorretta dal punto di vista meritocratico ma il più possibile democratica: ho scelto di mettere in classifica non più di un film per sport. Per questo mancheranno alcuni capolavori come Quella sporca ultima meta, Million dollar baby e vari altri.

Terzo, in classifica non sono presenti altre due grandissime opere, Toro scatenato e Invictus. Benchè siano due film che adoro (più il primo del secondo, in realtà), ho deciso di privilegiare i film che si focalizzano maggiormente sullo sport e meno sul contorno. A questo punto, come dice la sigla di un celebre programma, bando alle ciance e fiato alle trombe.

5) Space Jam (1996, regia di Joe Pytka, con Michael Jordan). E’ un’americanata? Sì. Fa quello che vuole delle regole del gioco del basket? Chiaro. Michael Jordan è uno degli attori più dimenticabili degli anni ’90? Senza dubbio. Ma insomma, stiamo parlando di un quintetto formato da Jordan, Bugs Bunny, Daffy Duck, Tazz e Yosemite Sam, più una panchina altrettanto stellare (e lunghissima, altro che sette elementi). Avversari, cinque extraterrestri cattivissimi e stupidissimi che hanno rubato il talento dei cinque migliori giocatori di NBA (Jordan escluso, perché in quel momento Jordan si trovava in modalità “giocatore più pippa della storia del baseball”). Arbitro, Marvin il marziano. In palio, la libertà dei Looney Toones. Se dite di non averlo amato, o siete dei bugiardi o non avevate tra i cinque e i dodici anni nel 1997. In questo film c’è tutto: gag, suspense e grandi scene di pallacanestro, perché grazie a Dio, anche se non è un grande attore, Michael Jordan non se la cava male con una palla a spicchi in mano. La chicca: nella versione italiana, il telecronista ha la voce di Sandro Ciotti, compianto radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto.                  

      
4) Fuga per la vittoria (1981, regia di John Houston, con Pelè, Bobby Moore e tanti altri). Stesse domande, risposte un po’ diverse. Sì, è un’americanata; le regole del calcio sono fondamentalmente rispettate; gli attori se la cavano molto meglio di Michael Jordan, anche i non professionisti come Pelè e Bobby Moore. La storia, trita e ritrita, è sempre la stessa: i prigionieri giocano contro le guardie, le guardie la buttano sulla violenza e i prigionieri, dopo aver faticato mezza partita, vincono all’ultimo secondo. In questo caso pareggiano, con gol in rovesciata di Pelè rientrato in campo nonostante un infortunio, ma il discorso è sempre lo stesso. La trama però funziona sempre, in particolare se gli americani, che cinematograficamente parlando sono un popolo serio, decidono di fare le cose per bene e chiamano un cast di calciatori stellare: tra i tanti professionisti ex giocatori delle rispettive nazionali, anche tre campioni del mondo come il già citato Pelè, l’inglese Bobby Moore e l’argentino Osvaldo Ardiles. A questi aggiungiamo un portiere del calibro di Sylvester Stallone, che è una pippa allucinante ma para un rigore all’ultimo minuto, e che a guardarlo adesso fa veramente impressione perché sembra di vedere Milito giocare in porta. C’è un motivo particolare per citare questo film, a parte il fatto che è oggettivamente divertente e che la rovesciata di Pelè vale da sola tutta la partita: è tratto da una partita vera, la cosiddetta partita della morte giocata nel 1942 a Kiev tra ufficiali tedeschi e giocatori ucraini. Gli ucraini pagarono la vittoria con una rappresaglia durissima, fatta di fucilazioni e deportazioni nei lager, altro che la fuga finale della trasposizione cinematografica. La storia dice che i superstiti furono solo due: in onore di uno, tal Makar Goncharenko autore di una doppietta, a Kiev è stato eretto un busto la cui dedica recita “a uno che se lo merita”.   

3) Ogni maledetta domenica (1999, regia di Oliver Stone, con Al Pacino). La migliore recensione non l’ho fatta io, bensì lo stesso Al Pacino: “Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta. Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi dà anche fastidio la faccia che vedo nello specchio. Sapete con il tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle cose le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo. Capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo. In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire. E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?”. Non amo il football americano, ma il monologo di coach Tony D’Amato rappresenta alla perfezione quello che il film vuole essere: un inno allo sport di squadra, qualunque esso sia.                                  

2) Lassù qualcuno mi ama (1956, di Robert Wise, con Paul Newman). Scegliere tra tutti i film di pugilato è particolarmente difficile, perché alla fine è lo sport che forse ha dato di più al grande schermo. Cinderella man, Toro scatenato, Million dollar baby, la saga di Rocky, Ali… Quantità e qualità veramente incredibili, tra cui ho scelto questo perché forse detta le linee guida a tutti gli altri: difficoltà, ostacoli, riscatto e gloria, ecco quattro parole per riassumerlo. E’ la storia del peso medio Rocky Graziano, della sua infanzia povera e della giovinezza passata a compiere piccoli crimini e a mettersi nei guai, fino al carcere. E qui, grazie ad una rissa e ad un allenatore particolarmente in gamba, comincia la risalita. Una risalita difficile, piena di ostacoli e con qualche ricaduta, che lo porterà ad avere una moglie e una famiglia, a riappacificarsi col padre e a vincere il titolo dei pesi medi nel 1947.                                    

1) Momenti di gloria (1981, di Hugh Hudson, con Ben Cross e Ian Charleson). Nel 1924 si svolge a Londra l’VIII Olimpiade, col cristiano Liddell e l’ebreo Abrahams che gareggiano nelle discipline veloci. Entrambi lottano per la vittoria, ma mentre il primo lo fa per rendere gloria a Dio, il secondo vuole dimostrare di essere il più forte. Colonna sonora monumentale, ma è la ricostruzione dell’ambiente sportivo dell’epoca ad essere particolarmente riuscita: non è facile riuscire a rappresentare il momento di cambiamento di un mondo che sta iniziando ad allontanarsi dal dilettantismo, dal decoubertiniano “l’importante è partecipare” per dirigersi verso il professionismo e il suo imperativo, “bisogna vincere” (che poi, a ben vedere, era il vero messaggio delle Olimpiadi greche). Hudson riesce a farlo, e ad un Liddell che rinuncia a partecipare ad una gara perché si svolge di domenica, giorno del Signore, contrappone un Abrahams che è il primo, tra i britannici, ad ingaggiare un allenatore privato. I costumi e l’attenzione ai dettagli “tecnici” fanno la differenza, e per quanto mi riguarda consegnano quest’opera alla storia del cinema.

 

Riccardo Rimondi