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La dolce bellezza PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberta Cristofori   
Martedì 25 Giugno 2013 21:07

Un’importanza catastrofica. Voglio dire che non è facile vivere a Roma: non è facile perché offre un’infinità di divagazioni e di piaceri che ammorbidiscono lo slancio vitale. «La vita» diceva Sainte-Beuve «sarebbe sopportabile se non ci fossero i piaceri». Qui a Roma la vita, in questo senso, è poco sopportabile, perché non offre altro.

Ennio Flaiano

 

 

So bene che non avevate bisogno dell’ennesima recensione su La grande bellezza, ultima criticatissima fatica del regista Paolo Sorrentino, ma se permettete avrei qualcosa da aggiungere al marasma di parole già sprecate. Prima di tutto è necessario fare una premessa: si è molto parlato di questo film solo ed esclusivamente in relazione al suo legame con La dolce vita di Fellini, cosa che personalmente ritengo sbagliata e limitante considerando la quantità di temi trattati e la validità del film come opera a sé. È anche vero che Sorrentino stesso ha presentato questo lavoro dichiarando la sua chiara intenzione a richiamare il capolavoro di Fellini. Ovviamente questo presupposto ha spaccato la critica a metà: alcuni l’hanno ritenuto un’immensa buffonata, dopo essere inorriditi di fronte al paragone tra Gep e Marcello, altri hanno gridato al miracolo. Perciò procederò tenendo conto della costante presenza di Marcello Rubini tra noi.

La grande bellezza è la storia dello scrittore Gep Gambardella, ai suoi 65 anni appena compiuti. Uno scrittore che nella sua vita ha scritto in realtà solo un libro, “L’apparato umano”, grazie al quale si è fatto un nome e si è inventato una carriera da giornalista di spettacolo. Gep si definisce un “uomo mondano”, impegnato principalmente a partecipare a feste ed eventi che lo vedono quasi sempre protagonista. A Roma conosce tutti e tutti lo conoscono, persino Venditti lo saluta, seduto da solo al tavolo di un ristorante di lusso. Ma i suoi legami più stretti si intessono con poche persone, com’è un po’ per chiunque. Nella sfarzosa e brillante vita di Gep un giorno si forma una crepa: lo viene a cercare davanti a casa un uomo, il marito di Elisa, il suo primo amore, per annunciargli la morte della donna. Questo evento non porta con sé nessuna apparente conseguenza, ma muta qualcosa nell’umore e nei pensieri dello scrittore, qualcosa che lo rende improvvisamente più riflessivo e cupo del solito, come gli dirà infatti Dadina, la caporedattrice del suo giornale: “sei cambiato Gep, pensi troppo”.

Mi riesce difficile paragonare Gep a Marcello, prima di tutto per la grande discrepanza tra i due attori protagonisti: Toni Servillo e Marcello Mastroianni, enormi entrambi ma troppo diversi. Eppure i due hanno molto in comune: Roma, il giornalismo, velleità letterarie, la passione per le feste e le belle donne, un volto che buca lo schermo. Ma ciò che accade ai due protagonisti è diametralmente opposto: per tutta la durata de La dolce vita è inevitabile farsi trascinare dal flusso vitale di avventure (unica nota negativa: la strage a casa di Steiner), che però si concludono lasciando quel senso di amarezza dato dall’incapacità di Marcello di sentire la voce di Paolina, durante l’episodio del pesce-mostro. Marcello è sordo ai richiami della purezza. Al contrario La grande bellezza riecheggia di toni mortiferi per due ore e mezza, concludendosi però con la speranza per l’avvenire e l’inizio di una nuova vita per Gep. Servillo-Gambardella riscopre le sue radici, sotto consiglio della Santa e riparte da zero. O meglio, dagli inizi. Un concetto comune ad entrambi è certamente quello di “mediocrità”. Quando Flaiano ideò il soggetto de I vitelloni diede vita ad un personaggio di nome Moraldo, il cui sviluppo doveva essere quello di Moraldo in città (questo era il nome della prima elaborazione del soggetto de La dolce vita, in seguito accantonato). Moraldo-Marcello è un uomo “mediocre” e questa idea nata dal genio di Flaiano, quella di uomo insoddisfatto, annoiato e pigro, sembra ritornare all’ennesima potenza nel personaggio di Gep Gambardella. Svolge il suo lavoro senza troppa passione, quell’unico libro che gli ha portato la gloria non è abbastanza per poterlo definire un artista o comunque uno scrittore. 

Ciò che rimane è certamente la critica alla vita borghese, agli eccessi, alla mondanità, alla vuotezza delle relazioni sociali, alla falsità delle istituzioni cattoliche. Poi rimane Roma, come teatro di tutto ciò. Una Roma svuotata però dalla massa: le uniche scene collettive sono quelle delle feste. Via Vittorio Veneto non è più lei, privata del caos degli anni ’60, tutto ciò che rimane del Rosati, dello Strega-Zeppa, del Café de Paris e del Doney è uno strip-club semi vuoto,  pieno di spogliarelliste che prendono il posto delle star e delle “contesse scalze” del periodo felliniano. È rimasto il peggio di Roma, la vacuità e il grottesco. La mitica Fontana di Trevi non si vede, in compenso Servillo e la Ferrari camminano in una Piazza Navona notturna e vuota, intrecciando un dialogo disinteressato e disinteressante ( - Sai che una volta ho visto Piazza Navona ricoperta di neve? – Ah sì? E com’era? – Bianca). La visita notturna ad un palazzo, non troppo dissimile a quella del castello de La dolce vita, si conclude con l’immancabile foto fatta con l’Iphone, che rovinerebbe qualsiasi forma di poesia. Lo spogliarello di Nadia diventa un’indecifrabile messa in scena di due personaggi anonimi che si illuminano i genitali con delle torce, per dimostrare che loro sanno fare qualcosa di diverso. Anche la religione viene presa in causa: il prete di 8 e ½ che forniva a Guido (sempre Marcello Mastroianni) delle lezioni di vita incomprensibili, si trasforma in un cardinale che preferisce fuggire di fronte alle timide domande spirituali di Gep e che pare saper parlare solo di cucina. Le annotazioni di Fellini mutano nelle aspre critiche di Sorrentino.

Dal mio punto di vista questo è un film che andava fatto. La dolce vita rimane un capolavoro indiscusso e nessuno ha intenzione di toccarlo, ma rimane pur sempre un film del ’60 e nel frattempo molte cose sono cambiate. Non è più l’epoca del dopoguerra, del boom economico, di Kennedy e di Papa Giovanni XXIII, ma è l’epoca del berlusconismo, della Costa Concordia, delle dimissioni di Papa Ratzinger e della crisi economica.

Dal punto di vista della messa in scena si può tranquillamente azzardare il termine “barocco”. Dalle panoramiche sull’Urbe, ai primi piani su Toni Servillo, dalla colonna sonora ai dialoghi ad effetto. Forse potrà risultare ridondante in alcuni passaggi, ma consiglio una seconda visione per poter assaporare meglio quello che nel complesso all’inizio potrebbe sembrare “un po’ troppo”. Gep lascia intendere in tutto il corso del film di conoscere bene la lezione dei grandi della letteratura. Numerose sono le citazioni: Flaubert, Moravia, Proust, D’Annunzio e Dostoevskij. Ritengo che l’apporto più importante sia dato da una frase, che ritorna due volte nel film, proprio su Flaubert. Gambardella discutendo con l’amica Stefania, la colpisce dicendole che se Flaubert l’avesse conosciuta avrebbe avuto il giusto materiale per scrivere il romanzo sul nulla a cui aveva sempre aspirato. E poi di nuovo scherzando con la domestica dice che avrebbe potuto scriverlo lui l’agognato romanzo sul nulla: sarebbe bastato ispirarsi alla sua vita e alle persone che lo circondano. Parlando in termini meta-cinematografici, in questa sequenza Gep in realtà sta descrivendo la storia di cui lui stesso è protagonista: il soggetto sul nulla c’è già, è il racconto della sua esistenza. Questa è la chiave di lettura da dare al film. Chi ha lamentato un’eccessiva volontà di Sorrentino nel voler dare dimostrazione di grandezza alla regia, tralasciando invece l’aspetto contenutistico e tematico, deve partire da presupposti diversi. Come in molti altri film contemporanei, la rappresentazione della vuotezza della vita avviene attraverso la ripetizione di gesti abitudinari e piccoli eventi quotidiani, senza grandi intrecci e storie sconvolgenti. Se un film vi appare vuoto – stiamo comunque parlando di risultati eccezionali – è perché deve esserlo. Tutto si riduce alla descrizione di brevi spaccati di vita quotidiani, che è il migliore e unico modo per raccontare il nulla. L’unica salvezza possibile è nel passato, nei ricordi, nelle radici e nella purezza dell’adolescenza. Tutto il resto è blablabla.