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"Io e Vincenzo": intervista a Alberto Fortis PDF Stampa E-mail
Scritto da Ludovico Piggioli   
Martedì 27 Ottobre 2015 19:38

Alberto Fortis e ANMIL, -Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Vittime del Lavoro- una collaborazione ormai collaudata e nata dalla passione per la musica d’autore e la grande attenzione dell’artista verso importanti temi sociali.

Giovedì 8 Ottobre, infatti, dopo il grande successo ottenuto lo scorso primo Maggio a Piacenza in occasione del tributo Anmil per le Vittime del Lavoro, Fortis si è esibito al Nuovo Teatro San Prospero di Reggio Emilia, incantando la platea gremita di estimatori e appassionati con uno splendido concerto dove ha presentato il suo ultimo album (Do l’anima - 2014) insieme ai suoi più grandi successi del passato.

La serata è stata organizzata da ANMIL con il patrocinio del Comune di Reggio Emilia e fortemente sostenuta dal suo Presidente, Bruno Galvani, che ha voluto introdurre il concerto attirando l’attenzione dei presenti sui problemi -sempre poco discussi- del mondo del lavoro e sui gravi rischi salutari portati dall’amianto.

Con una scaletta che non ha deluso nessun fan, Fortis ha cantato la società degli anni  ‘70 con brani come “Vincenzo e Milano” e “Il Duomo di Notte”, tributando anche i grandi artisti stranieri improvvisando la sempreverde “One Love” di Bob Marley e raccontando al pubblico la sua “Fragole Infinite”, “nata da un sogno che feci da bambino e che poi, ascoltando Strawberry Fields Forever, volli comporre in musica e che ebbi l’occasione di registrare cantando nello stesso microfono usato da John Lennon”. Anche i brani del suo ultimo album “Do l’anima” sono riusciti ad incantare la platea grazie a pezzi come “Mi fa strano” e la stessa “Do l’anima”.

Concluso il concerto, l’artista non si è sottratto alla volontà del pubblico e, tornando in scena, ha emozionato tutti intonando la bellissima “La sedia di Lillà”.

Dopo la splendida serata sia Alberto Fortis che il presidente della Fondazione Onlus ANMIL, Bruno Galvani, hanno accettato di concederci una breve intervista.

Alberto Fortis

Alberto, io inizierei ponendo l’attenzione sui tuoi periodi di presenza nel mondo musicale. Nel ‘79 esordisti con “Alberto Fortis”, accompagnato dalla PFM al completo, e scrivesti una canzone che ti procurò non pochi problemi: “Milano e Vincenzo”. Il Vincenzo che tu citi è Micocci, produttore dell’RCA Italia e, successivamente, della “IT”. Senza entrare nel merito della questione già ampiamente discussa, cosa ne pensi dell’evoluzione delle case discografiche nel corso di questi anni?

Lo scenario musicale è cambiato totalmente dopo l’avvento di internet. Chiaramente le case discografiche sono sempre un aspetto determinante però, oggi, dipendono da tante altre cose. Sappiamo benissimo, ad esempio, quanto le radio odierne siano il veicolo che decreta più o meno il successo di un album: si sa che se un lavoro musicale, anche bellissimo, non viene trasmesso radiofonicamente per un qualsiasi motivo, non darà mai al grande pubblico la percezione che tu esista.

A tal proposito si parla spesso della tua assenza dalle scene…

Esatto, per questo ogni tanto mi si chiede come mai io abbia fatto delle pause in quegli anni. Sì, ci sono stati periodi in cui sono stato negli Stati Uniti e altri, come quelli recenti, in cui si sta lavorando tantissimo ed in effetti, se uno va a vedere sul web le statistiche, i dati, il numero dei concerti, la televisione e le attività fatte si accorgerà proprio di ciò che, con i normali mezzi, non vedrebbe; resta il fatto che però…

Però… Se non ti si sente pesantemente in radio... (alza le spalle N.d.A.)

Questo per dirti che oggi la più grande importanza la rivestono proprio le radio. Le case discografiche sono cambiate molto perchè è cambiato il business e la mole che sta intorno alle industrie musicali. Direi che sono tempi piuttosto difficili anche se, in questi ultimi anni, sembra ci sia una ripresa. Oggi diventa anche sempre più difficoltoso curare le carriere perchè ci si affida molto ai Talent Show anche se, chiaramente, anche da qui sono usciti artisti validi che stanno durando nel tempo. Quindi direi che è tutto molto più affidato alle radio, alla televisione e ad internet più che alle singole case discografiche. E’ un insieme di queste tre cose, una combinazione.

Facendo un rapido salto nel tempo, nel tuo primo album c’è una canzone un po’ meno conosciuta rispetto alle altre, sto parlando di “In Soffitta”. In questo pezzo c’è un “fantoccio” che chiede aiuto per essere salvato “dagli altri”. Visti gli anni della contestazione in cui è stato scritto il brano, il volto del “manichino”, è in qualche modo riconducibile al cantautore?

Non solo ad esso. Il cantautore, cosi come il politico, il ribelle, la persona che in qualche modo non si omologa a certe cose. Sostanzialmente è chi, in qualche modo, cerca di parlare un linguaggio al dì fuori di ciò che è imposto. La canzone, infatti, parla di questo simbolico fantoccio che, disperatamente, chiede aiuto a quest’altra persona che “racconta” la canzone e che può essere l’amico o la compagna di vita e chiede di essere salvato prima che “arrivino loro”. Loro sono le persone che lo condanneranno.

Quindi questo discorso può essere applicato al campo religioso e a qualsiasi tipo di settore dove qualcuno cerca di parlare direttamente alle persone e di non sottostare a determinate regole che, come molti pensiamo, non sono certo le più belle nel nome dell’arte.

Tornando al presente, e concludendo l’intervista, ti chiederei invece il tuo rapporto verso l’amore. Nel tuo ultimo album c’è una canzone “Mi fa strano” che si conclude con un bellissimo verso: “mi fa strano vivere d’amore e non averlo mai”. Cosa rappresenta per Alberto Fortis questo connubio tra precarietà-amore ed esiste un sentimento simile anche non puramente erotico o passionale?

Certamente. Per me, innanzi tutto, esiste la solita diatriba che ognuno vive e che hai ricordato: la precarietà e l’amore, e, come hai detto tu, la canzone finisce con quella frase che, secondo me, è un simbolo di “Do l’Anima”. Ognuno di noi ricerca sempre l’amore e chiaramente, viviamo d’amore. Che sia giusto o sbagliato, pacifico o no, anche se dovrebbe sempre esserlo (ride N.d.A.) però è sempre l’amore che smuove le cose.

Ne parli tanto anche in un altro tuo album,”Algedom”...

Esatto, e a tal proposito mi ricordo la domanda fatta ad un grande saggio indiano a cui hanno chiesto: cos’è l’amore? La sua risposta fu semplicemente: la metà del tutto e quando gli hanno domandato che cosa fosse l’altra metà, lui disse: l’odio. Quindi, come il giorno e la notte, lo Yin e lo Yang, l’amore e l’odio esistono perché sono opposti ma nel contempo complementari.

E nella tua carriera cos’ha rappresentato questo binomio?

Per quanto mi riguarda, facendo un lavoro come questo, si cerca anche l’amore a trecentosessanta gradi, quello più universale, l’amore artistico che diventa collettivo e sociale e che è un diritto e un dovere dell’arte. Se io faccio questo lavoro, se registro degli album lo faccio perchè questa è la mia natura e la soddisfazione è quella di condividere il tutto. Non nel nome del successo fine a se stesso, ma per il fatto di vedere nei concerti tanta gente che condivide, a sua volta, la mia musica. Poi facendo questo lavoro e prendendo la musica e l’arte seriamente, capita raramente di arricchirsi (ride N.d.A.) eppure si continua a combattere nel nome dell’arte.

Un prezzo da scontare?

A me è sempre interessato questo, l’ho sempre fatto ed ho pagato i miei prezzi con canzoni molto scomode. Ma non rinnego niente. Una di queste è “A voi Romani” che ho scritto nel primo album, e che era un “siluro” diretto al malcostume politico della Capitale. E per tutta risposta, io, mi sono ritrovato la lettera scarlatta di quello che odia le persone a Roma. Questa è stata una risposta che mi ha deluso molto. E’ sempre una risposta tendenziosa, faziosa e quant’altro quando vedo che non si vuole capire esattamente l’essenza di quello che si canta. Che cosa potrei mai avere io contro la signora di Roma o il ragazzo di Roma? A me spiace tutto questo nonostante il fraintendimento, nel mondo dell’arte, è storico ed è sempre esistito. E’ un’equazione che mi fa ammattire, dico a me stesso: parliamo in nome di un collettivo, della gente e del sociale, e poi, quando si toccano certe cose, certo, criticate in maniera dura ma che sono evidenti a tutti mi chiedo: perchè non volerle capire? Ecco, ogni tanto questo mi spiace, perchè vuol dire un po’ “non vedo, non sento e non parlo” ma… Questa è la mia strada.