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Parla Bruno Galvani (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Vittime del Lavoro) PDF Stampa E-mail
Scritto da Ludovico Piggioli   
Martedì 27 Ottobre 2015 19:44

Durante la serata con Alberto Fortis, Rumore ha parlato anche con Bruno Galvani, presidente della Fondazione Onlus ANMIL, Bruno Galvani.

Quando si parla di ANMIIL si parla di lavoro e del suo lato più scuro, quello sempre attuale degli infortuni. L’ANMIL è operativo sul suolo italiano da ormai 70 anni ma, la situazione, resta sempre tragica. Solo nel 2015, dal sito ufficiale dell’ANMIL, sono riportati 255 nomi di persone che hanno perso la vita per cause correlate al loro lavoro. Bruno Galvani, cosa ne pensa di questa situazione e, se mai c’è ne stata effettivamente una, della sua evoluzione nel corso degli anni?

Ovviamente negare che un grande passo in avanti nella tutela del lavoratore, analizzando l’aspetto sicurezza, sia stato fatto in questi 40/50 anni sarebbe mentire. Siamo passati da alcune migliaia di morti all’anno a (forse!) meno di mille. Ma la domanda è: può una società che si dice civile rimuovere una piaga sociale così drammatica come quella legata al fenomeno infortunistico del nostro paese? E che dire delle oltre 1.400 morti all’anno per malattie professionali?

La vostra associazione ha come scopo principale quello di ricordare, o forse sarebbe meglio dire, riconferire una dignità a queste donne e a questi uomini che spesso vengono ricordati solo come statistiche: quanto conta, quindi, oggi, la memoria reale di questi tristi eventi?

Se vogliamo evitare che gli errori si ripetano (perché non si può dire che sia il fato a strappare la vita o un arto al lavoratore, ma la colpa principale è mancanza di organizzazione lavorativa e di cultura della sicurezza, risparmi sulla vita delle persone e pochi controlli) è necessario che le vicende della vita di questi lavoratori ed il dolore delle loro famiglie siano sempre lì come monito. Per rispetto a loro ed alla vita, le cose devono cambiare.

I media nazionali forse sono i principali veicoli per quanto riguarda una crescente disinformazione sui rischi sul posto di lavoro e sui dati catastrofici che ci arrivano continuamente. Che ruolo potrebbero assumere e che strada “lasciare” per sensibilizzare meglio la popolazione a tale tema?

Rispondere a questa domanda è molto complesso. Per semplificare,  possiamo dire che se ovviamente durante un incidente sul lavoro i morti sono quattro o cinque o anche di più, la notizia viene riportata con clamore, ma comunque il giorno dopo tutto tace. Mentre difficilmente vedo vere e proprie inchieste sul tema sicurezza sul lavoro o sui temi delle malattie professionali. Pensiamo alla grande sciagura dell’amianto, che mieterà da qui al 2020/25 migliaia di vita all’anno fra ex lavoratori o cittadini in generale: non meriterebbe un approfondimento serio e coraggioso da parte di chi deve fare informazione? Ma poi, se vado a vedere quali grandi aziende italiane sono coinvolte, che a volte hanno anche un ruolo importante nell’editoria, capisco molte cose...

Sensibilizzazione, una parola che si sposa perfettamente con “prevenzione”. Da anni avete attivato molte campagne a tal proposito. Una su tutte, forse, la più importante, quella che vi vede impegnati nelle scuole d’Italia. Da cosa è nato questo progetto e in che modo interagite con quelli che saranno i lavoratori di domani?

Noi riteniamo che portare la nostra testimonianza diretta di invalidi e mutilati del lavoro (anche con l’aiuto di testimonial famosi) ai lavoratori futuri sia fondamentale per formare persone consapevoli, e, la consapevolezza nella vita, è determinante per essere uomini liberi di fare scelte più ponderate. Ma lo voglio dire con chiarezza: il mondo della formazione non può e non deve essere il lavacro della nostra cattiva coscienza. E’ fondamentale dare anche esempi positivi alle nuove generazioni.

La scuola, ovviamente, non è l’unico campo in cui siete attivi. E’ doveroso ricordare anche il vostro impegno per quanto riguarda le donne, oggi sempre più protagoniste nel mondo del lavoro e, purtroppo, in quello degli infortuni. L’8 Marzo è una data storica e ogni anno allestite iniziative ed eventi atti a valorizzare la figura femminile. Entrando nei dettagli: esiste ancora una forte discriminazione per quanto riguarda la donna all’interno del mondo del lavoro? E’ una figura adeguatamente tutelata?

Rispondere a questa domanda purtroppo è drammaticamente facile: no, la donna è in generale ancora poco tutelata in tutti i settori della società e soprattutto nel mondo del lavoro. Questo non lo affermo io, ma le varie statistiche. Sul lavoro i ruoli assegnati alle donne sembrano portare meno infortuni in generale, compresi quelli mortali. Ma purtroppo questi ultimi sono in aumento per quanto riguarda il lavoro femminile.

Presentando il concerto di Alberto Fortis ha fatto una toccante introduzione sulle vittime dell’amianto, un problema mai scomparso del tutto dal suolo italiano. I numeri parlano chiaro e le previsioni future pure: esiste un rimedio sicuro per risolvere questo problema? I cittadini sanno davvero a cosa vanno incontro?

Credo di avere già risposto, in parte, precedentemente. Non credo che i cittadini sappiano e soprattutto, abbiano saputo, la gravità del fenomeno delle malattie asbesto-correlate. Ma come può essere, mi chiedo, che se già se ne sapevano i nefasti effetti nei primissimi anni del ‘900 (1906)  si è continuato ad utilizzare questo materiale fino al 1982? Oggi possiamo dire che siamo prigionieri dell’amianto che circonda ovunque tutti noi, per colpa di uno sciagurato modo di fare imprenditoria, senza tener conto dell’importanza della vita umana e dell’ambiente. Bonificare costerà cifre impressionanti e gli strumenti medici e scientifici per salvare gli ammalati non ci sono ancora. E la giustizia per le vittime non sembra ancora affermarsi.

Concluderei citando un punto importantissimo che riguarda tutti noi: la cultura. Questa forse è la parola chiave di tutto. Stasera abbiamo assistito al concerto di Alberto Fortis, esponente della musica d’autore che già avete avuto modo di portare in scena durante il vostro tributo alle vittime del lavoro del primo maggio. In che modo può la musica e la cultura più in generale, sensibilizzare riguardo questo tema?

Mi ripeto (e su questi temi è questa la soluzione: continuare a dire e ridire le stesse cose sperando che qualcosa rimanga nella testa di chi ascolta, magari anche se distrattamente): solo la conoscenza della realtà che ci circonda può darci la consapevolezza di cosa vogliamo diventare. Poi se impegnarci o fregarcene delle varie situazioni, sarà una nostra libera scelta. Noi per rispetto del nostro passato e del dolore che abbiamo dovuto soffrire, spesso per colpe non nostre, abbiamo l’obbligo di ergerci a coscienza critica della società su questi temi. Ma non possiamo essere soli: senza l’impegno congiunto della politica, delle istituzioni, delle altre forze sociali e prima ancora degli imprenditori, nulla potrà cambiare. Continueremo ancora per molto tempo a piangere ogni anno migliaia di caduti o invalidi del lavoro.