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 La tua abblogo_programma_spaghettiuffata settimanale di cinema e musica.
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La dolce bellezza PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberta Cristofori   
Martedì 25 Giugno 2013 21:07

Un’importanza catastrofica. Voglio dire che non è facile vivere a Roma: non è facile perché offre un’infinità di divagazioni e di piaceri che ammorbidiscono lo slancio vitale. «La vita» diceva Sainte-Beuve «sarebbe sopportabile se non ci fossero i piaceri». Qui a Roma la vita, in questo senso, è poco sopportabile, perché non offre altro.

Ennio Flaiano

 

 

So bene che non avevate bisogno dell’ennesima recensione su La grande bellezza, ultima criticatissima fatica del regista Paolo Sorrentino, ma se permettete avrei qualcosa da aggiungere al marasma di parole già sprecate. Prima di tutto è necessario fare una premessa: si è molto parlato di questo film solo ed esclusivamente in relazione al suo legame con La dolce vita di Fellini, cosa che personalmente ritengo sbagliata e limitante considerando la quantità di temi trattati e la validità del film come opera a sé. È anche vero che Sorrentino stesso ha presentato questo lavoro dichiarando la sua chiara intenzione a richiamare il capolavoro di Fellini. Ovviamente questo presupposto ha spaccato la critica a metà: alcuni l’hanno ritenuto un’immensa buffonata, dopo essere inorriditi di fronte al paragone tra Gep e Marcello, altri hanno gridato al miracolo. Perciò procederò tenendo conto della costante presenza di Marcello Rubini tra noi.

La grande bellezza è la storia dello scrittore Gep Gambardella, ai suoi 65 anni appena compiuti. Uno scrittore che nella sua vita ha scritto in realtà solo un libro, “L’apparato umano”, grazie al quale si è fatto un nome e si è inventato una carriera da giornalista di spettacolo. Gep si definisce un “uomo mondano”, impegnato principalmente a partecipare a feste ed eventi che lo vedono quasi sempre protagonista. A Roma conosce tutti e tutti lo conoscono, persino Venditti lo saluta, seduto da solo al tavolo di un ristorante di lusso. Ma i suoi legami più stretti si intessono con poche persone, com’è un po’ per chiunque. Nella sfarzosa e brillante vita di Gep un giorno si forma una crepa: lo viene a cercare davanti a casa un uomo, il marito di Elisa, il suo primo amore, per annunciargli la morte della donna. Questo evento non porta con sé nessuna apparente conseguenza, ma muta qualcosa nell’umore e nei pensieri dello scrittore, qualcosa che lo rende improvvisamente più riflessivo e cupo del solito, come gli dirà infatti Dadina, la caporedattrice del suo giornale: “sei cambiato Gep, pensi troppo”.

Mi riesce difficile paragonare Gep a Marcello, prima di tutto per la grande discrepanza tra i due attori protagonisti: Toni Servillo e Marcello Mastroianni, enormi entrambi ma troppo diversi. Eppure i due hanno molto in comune: Roma, il giornalismo, velleità letterarie, la passione per le feste e le belle donne, un volto che buca lo schermo. Ma ciò che accade ai due protagonisti è diametralmente opposto: per tutta la durata de La dolce vita è inevitabile farsi trascinare dal flusso vitale di avventure (unica nota negativa: la strage a casa di Steiner), che però si concludono lasciando quel senso di amarezza dato dall’incapacità di Marcello di sentire la voce di Paolina, durante l’episodio del pesce-mostro. Marcello è sordo ai richiami della purezza. Al contrario La grande bellezza riecheggia di toni mortiferi per due ore e mezza, concludendosi però con la speranza per l’avvenire e l’inizio di una nuova vita per Gep. Servillo-Gambardella riscopre le sue radici, sotto consiglio della Santa e riparte da zero. O meglio, dagli inizi. Un concetto comune ad entrambi è certamente quello di “mediocrità”. Quando Flaiano ideò il soggetto de I vitelloni diede vita ad un personaggio di nome Moraldo, il cui sviluppo doveva essere quello di Moraldo in città (questo era il nome della prima elaborazione del soggetto de La dolce vita, in seguito accantonato). Moraldo-Marcello è un uomo “mediocre” e questa idea nata dal genio di Flaiano, quella di uomo insoddisfatto, annoiato e pigro, sembra ritornare all’ennesima potenza nel personaggio di Gep Gambardella. Svolge il suo lavoro senza troppa passione, quell’unico libro che gli ha portato la gloria non è abbastanza per poterlo definire un artista o comunque uno scrittore. 

Ciò che rimane è certamente la critica alla vita borghese, agli eccessi, alla mondanità, alla vuotezza delle relazioni sociali, alla falsità delle istituzioni cattoliche. Poi rimane Roma, come teatro di tutto ciò. Una Roma svuotata però dalla massa: le uniche scene collettive sono quelle delle feste. Via Vittorio Veneto non è più lei, privata del caos degli anni ’60, tutto ciò che rimane del Rosati, dello Strega-Zeppa, del Café de Paris e del Doney è uno strip-club semi vuoto,  pieno di spogliarelliste che prendono il posto delle star e delle “contesse scalze” del periodo felliniano. È rimasto il peggio di Roma, la vacuità e il grottesco. La mitica Fontana di Trevi non si vede, in compenso Servillo e la Ferrari camminano in una Piazza Navona notturna e vuota, intrecciando un dialogo disinteressato e disinteressante ( - Sai che una volta ho visto Piazza Navona ricoperta di neve? – Ah sì? E com’era? – Bianca). La visita notturna ad un palazzo, non troppo dissimile a quella del castello de La dolce vita, si conclude con l’immancabile foto fatta con l’Iphone, che rovinerebbe qualsiasi forma di poesia. Lo spogliarello di Nadia diventa un’indecifrabile messa in scena di due personaggi anonimi che si illuminano i genitali con delle torce, per dimostrare che loro sanno fare qualcosa di diverso. Anche la religione viene presa in causa: il prete di 8 e ½ che forniva a Guido (sempre Marcello Mastroianni) delle lezioni di vita incomprensibili, si trasforma in un cardinale che preferisce fuggire di fronte alle timide domande spirituali di Gep e che pare saper parlare solo di cucina. Le annotazioni di Fellini mutano nelle aspre critiche di Sorrentino.

Dal mio punto di vista questo è un film che andava fatto. La dolce vita rimane un capolavoro indiscusso e nessuno ha intenzione di toccarlo, ma rimane pur sempre un film del ’60 e nel frattempo molte cose sono cambiate. Non è più l’epoca del dopoguerra, del boom economico, di Kennedy e di Papa Giovanni XXIII, ma è l’epoca del berlusconismo, della Costa Concordia, delle dimissioni di Papa Ratzinger e della crisi economica.

Dal punto di vista della messa in scena si può tranquillamente azzardare il termine “barocco”. Dalle panoramiche sull’Urbe, ai primi piani su Toni Servillo, dalla colonna sonora ai dialoghi ad effetto. Forse potrà risultare ridondante in alcuni passaggi, ma consiglio una seconda visione per poter assaporare meglio quello che nel complesso all’inizio potrebbe sembrare “un po’ troppo”. Gep lascia intendere in tutto il corso del film di conoscere bene la lezione dei grandi della letteratura. Numerose sono le citazioni: Flaubert, Moravia, Proust, D’Annunzio e Dostoevskij. Ritengo che l’apporto più importante sia dato da una frase, che ritorna due volte nel film, proprio su Flaubert. Gambardella discutendo con l’amica Stefania, la colpisce dicendole che se Flaubert l’avesse conosciuta avrebbe avuto il giusto materiale per scrivere il romanzo sul nulla a cui aveva sempre aspirato. E poi di nuovo scherzando con la domestica dice che avrebbe potuto scriverlo lui l’agognato romanzo sul nulla: sarebbe bastato ispirarsi alla sua vita e alle persone che lo circondano. Parlando in termini meta-cinematografici, in questa sequenza Gep in realtà sta descrivendo la storia di cui lui stesso è protagonista: il soggetto sul nulla c’è già, è il racconto della sua esistenza. Questa è la chiave di lettura da dare al film. Chi ha lamentato un’eccessiva volontà di Sorrentino nel voler dare dimostrazione di grandezza alla regia, tralasciando invece l’aspetto contenutistico e tematico, deve partire da presupposti diversi. Come in molti altri film contemporanei, la rappresentazione della vuotezza della vita avviene attraverso la ripetizione di gesti abitudinari e piccoli eventi quotidiani, senza grandi intrecci e storie sconvolgenti. Se un film vi appare vuoto – stiamo comunque parlando di risultati eccezionali – è perché deve esserlo. Tutto si riduce alla descrizione di brevi spaccati di vita quotidiani, che è il migliore e unico modo per raccontare il nulla. L’unica salvezza possibile è nel passato, nei ricordi, nelle radici e nella purezza dell’adolescenza. Tutto il resto è blablabla.

 
Quiz: Quanto siete "Senza Tregua"? PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco "Francesco Lami" Lami   
Venerdì 26 Ottobre 2012 18:25

Nella sua non poi così lunga carriera di cacciatore di B-movies il sottoscritto, oltre a beccarsi palate di merda cinematografica improponibile, ha anche avuto il privilegio di vedere molti di quelli che probabilmente sono i film più estremi e mascolini sulla faccia della Terra. Pensavo appunto ormai di aver visto quasi tutto che il mondo aveva da offrire in quest'ultima categoria, e invece scopro l'altro giorno che mi mancava uno dei migliori, fra l'altro opera di John Woo e interpretato dal sempre esilarante JCVD - sto parlando di Senza Tregua (1993). E, cristo santo, mai titolo italiano fu più azzeccato, perchè in questo film non passano letteralmente due secondi senza che qualcosa di assolutamente incredibile accada, spesso coinvolgendo contemporaneamente arti marziali, armi ed esplosioni. Di seguito vi è una fedele trascrizione di quello che ho esclamato a voce alta per tutta la durata del film, da leggersi con tono sorpreso ed estasiato:

 

"Gesù cristo. Cristo di un dio. Oh mio dio, sta per farlo. Lo fa. LO FA! Lo ha fatto. Per l'amor di dio. Oh cristo. Non ci credo! Oh cazzo, ora qualcuno morirà. Mio dio! Oh cristo gesù."

 


che è anche la cosa più simile a una lode a dio che io abbia mai pronunciato. Come avrete capito, tentare di descrivere questo film a parole è impossibile, perciò correte a vederlo di persona al più presto, e nel frattempo svolgete questo breve quiz, che vi dirà quanto siete in sintonia con il mondo di Senza Tregua.

 

Quiz, parte 1: In questa parte, immaginate di essere l'eroe di "Senza Tregua", interpretato da JCVD.


1) Siete in moto, e i cattivi vi inseguono in macchina. Cosa fate?

   a) Tentate di seminarli.

   b) Sparate loro addosso con il mitra.

   c) SURFATE la vostra fottuta moto verso il loro fuoristrada e gliela fate ESPLODERE in faccia.

2) Un serpente velenoso minaccia la vostra bella. Cosa fate?

   a) Lo afferrate e lo lanciate lontano.

   b) Lo decapitate col machete.

   c) Lo schiaffeggiate come una troia e lo stendete con un pugno; a quel punto, mentre è privo di sensi, gli staccate la coda CON UN MORSO e lo usate per costruire una trappola per i vostri nemici.

3) Uno dei cattivi è in piedi davanti a voi, e voi avete un fucile. Cosa fate?

   a) Gli intimate di buttare la sua arma e arrendersi.

   b) Gli sparate in faccia.

   c) Gli calciate contro una tanica di benzina e, mentre questa si trova sospesa a mezz'aria davanti alla sua faccia, sparate alla tanica facendo schizzare il cadavere in fiamme dell'avversario fuori dall'edificio in un turbine di fuoco.

4) L'unico modo di locomozione da voi adottato in una sparatoria è:

   a) La camminata.

   b) La corsa.

   c) Il triplo salto mortale con avvitamento carpiato.

Quiz, parte 2. In questa parte immaginate di essere i cattivi del film, interpretati da Lance Henriksen (L'androide Bishop in "Aliens"!) e Arnold Vooslo (La mummia ne "La Mummia"!).

5) L'eroe vi ha messo i bastoni fra le ruote per l'ennesima volta. Come reagite?

   a) Sorridete mestamente e pensate alla vostra prossima mossa.

   b) Bestemmiate con fare incazzato.

   c) Ruggite selvaggiamente insulti per svariati minuti, interrompendovi ogni tanto per lanciare grida inarticolate verso il cielo con la faccia contratta in una smorfia furibonda, e sparate a un paio dei vostri uomini.

6) Come fate a svegliare una persona?

   a) La scuotete dicendo "Sveglia!"

   b) Con un paio di ceffoni vecchia maniera.

   c) Con un colpo di karate dritto nello stomaco, seguito da taglio dell'orecchio per mezzo di forbici.

7) Uno dei vostri è caduto nella trappola descritta alla domanda 2, ed è stato morso da un serpente. Cosa fate?

   a) Tentate di salvargli la vita.

   b) Lo lasciate morire per la sua incompetenza.

   c) Gli gridate in faccia "PRIMA TI FOTTO E POI TI MANGIO!" e poi sparate a lui e al serpente.

8) Per assassinare uno dei vostri che vi ha deluso, preferite:

   a) Farlo strangolare silenziosamente in casa sua.

   b) Farlo beccare da un cecchino.

   c) Fargli esplodere la testa sparandogli a bruciapelo con un fottuto fucile a pompa mentre si trova in strada nella sua macchina in pieno giorno.

 

Come forse avete intuito, se avete risposto tutte "c" significa che voi vivete la vostra vita come i protagonisti di Senza Tregua. E non potrebbe esserci vita più incredibile.

  

 
Il Cavaliere Oscuro-il ritorno PDF Stampa E-mail
Scritto da Laura   
Lunedì 17 Settembre 2012 21:04

Un film come “il cavaliere oscuro-il ritorno” si deve vedere al cinema, su uno schermo gigante, e un gigante secchiello di pop-corn. Fatto. Già il convincere gente come i giovani della pc-generation a muovere il culo da casa e a chiudersi in una sala cinematografica è uno dei meriti di questi film-evento. Poi siccome il regista è un autore come Christopher Nolan anche noi finti intenditori di Qualcosa negli Spaghetti ci sentiamo autorizzati a spendere 8 euro (che poi in realtà erano un po' meno perchè, ovvio!, abbiamo scelto il mercoledì). Quindi diciamo subito che da quel punto di vista questo film fa il suo dovere, le tamarrate che uno si aspetta ci sono (la moto e il bat-coso-volante super tecno, esplosioni, scazzotate rastling) i bei muscoli e le belle curve anche (Christian Bale e la gattina Anne Hataway), scene spettacolari pure (l'iniziale scena dell' aeroplano su tutte) poi battute ad effetto, toni epici, montaggio veloce con colonna sonora incalzante...c'è tutto e fatto bene. Il film però non convince dal punto di vista della storia per vari motivi. Nolan ha voluto inserire richiami espliciti all'attualità facendo del cattivo Bane una specie di capo rivoluzionario che sembra inizialmente voler guidare un esercito di poveri contro il potere finanziario della Gotham-New York, e in effetti la scena della rapina alla borsa valori regala dei momenti di goduria nel vedere agenti di borsa terrorizzati che dicono al bestione con la maschera “ma questa non è una banca, non ci sono soldi da rubare” per poi sentirsi rispondere “e allora voi che ci fate qui?”. Il richiamo è suggestivo ma poi si disperde completamente nel corso dello sviluppo della trama. Nei deludenti colpi di scena finali infatti il fascino di Bane viene molto ridimensionato poiché infine il suo vero ruolo si scopre essere quello di un personaggio che aiuta una vendetta personale, qualcosa che non ha nulla del riscatto collettivo prima evocato. Così è anche per la figura di Catwoman, in certi momenti sembra un po' una sexy studentessa di Occupywallstrett che ruba ai ricchi per dare ai poveri e ammalia e sfotte il riccone Bruce Wayne, ma poi anche lei ricerca solo un utile personale, a un certo punto vende pure l'uomo pipistrello al nemico e la ritroviamo infine come dolce fidanzatina borghese nell'happy end finale. BAH. Un analisi più approfondita degli altri dettagli che destano più di una perplessità a livello di trama mi porterebbe a riempire la recensione di spoiler quindi mi fermo qui, però mi si lasci dire che proprio il finale è la cazzata suprema e disperde tutto quel senso di decadenza dell'eroe che Nolan aveva qua e là fatto assaporare allo spettatore. Devo dire che però ci sono anche delle cose riuscite, ad esempio interessante è l'antefatto della storia del bambino prigioniero nel pozzo, non solo perchè registicamente questa “storia nella storia” è ben inserita ma anche perchè aggiunge fascino alla vicenda e un'altra cosa azzeccata è la reinvenzione di un personaggio come Robin e l'idea di farne un “successore” di Batman. In conclusione il film è godibile e non annoia ma a un'analisi più attenta lascia alcuni dubbi, vedremo se Nolan si rifarà con Superman, altro supereroe per il quale ha già dato la sua disponibilità come regista. Per chi fosse interessato a saperne di più su questo film consiglio la recensione della rivista “gli spietati”, che ripercorre anche le varie tappe di Batman come personaggio cinematografico.

 
CINQUE - I 5 migliori film comici sulla Seconda Guerra Mondiale PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberta Cristofori   
Lunedì 28 Maggio 2012 14:53

Dovete sapere che la scorsa settimana sono finalmente riuscita a vedere Bastardi senza Gloria, dopo 3 anni di tentativi falliti. Tutto merito della Festa del Cinema di Bologna, di cui vi abbiamo parlato nella puntatona della scorsa settimana (se ve la siete persa aspettate i podcast). Fatto sta che ho pensato: perché non scrivere "I 5" sui migliori film che trattano in maniera ironica la guerra? Sto portando avanti questa dura battaglia più o meno da quando Benigni ha vinto l'Oscar. Per carità, nulla da togliere a La vita è bella, ma è anche giusto che tutte quelle persone alle quali ho sentito dire "quel premio se lo merita perché è stato l'unico a raccontare una storia di guerra in chiave comica", si rendano conto che prima di Benigni qualcuno ci aveva già pensato. Per complicarmi la vita mi sono concentrata solo sulla Seconda Guerra Mondiale, infatti se avessi allargato il campo sarebbero diventati "I 7" perché mi sarei trovata costretta ad inserire almeno M.A.S.H. e Il Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Che comunque vi consiglio. Detto ciò mi accingo a stilare il mio personalissimo elenco de "I 5 MIGLIORI FILM COMICI SULLA SECONDA GUERRA MONDIALE".

 

NUMERO 5

Train de Vie - Un treno per vivere, diretto da Radu Mihăileanu nel 1998.

Le avventure degli abitanti di un villaggio ebraico che per sfuggire ai nazisti recuperano un vecchio treno, si travestono da tedeschi e fuggono alla volta della Palestina, la terra promessa. L'umorismo yiddish, la colonna sonora di Goran Bregović e i dialoghi italiani curati da Moni Ovadia danno vita ad una tragicommedia a tratti poetica ed esilarante.

Vincitore del premio Fipresci a Venezia 1998, premio del pubblico al Sundance Festival, David di Donatello per il miglior film straniero.

 

NUMERO 4

Inglourious Basterds (titolo italiano: Bastardi senza Gloria), diretto da Quentin Tarantino nel 2009.

Un gruppo di soldati americani ebrei, "I Bastardi", seminano il terrore tra le fila naziste con la loro violenza. Vengono ingaggiati dagli alleati per mettere in atto una missione in cui devono collaborare con una spia, l'attrice tedesca Bridget Von Hammersmark. Nulla va per il verso giusto, anche per colpa del "cacciatore di ebrei", colonnello Hans Landa. Le loro vicende si intrecciano con quelle dell'ebrea Shosanna, la quale è riuscita a sfuggire ad Hans Landa ed è diventata la proprietaria di un cinema a Parigi. Il cast stellare (Brad Pitt, Christoph Waltz, Michael Fassbender, Diane Kruger, Mike Myers…) porta avanti in modo geniale uno dei film migliori di Tarantino. La violenza dei Bastardi e l'ironia grottesca delle situazioni che si generano nel corso del film creano un mix allucinante ed irresistibile. Visto il passaggio da una lingua all'altra e la famosa scena in cui il tenente Aldo Raine e i suoi Bastardi si fingono italiani è fortemente consigliata, anzi è d'obbligo, la visione in lingua originale con sottotitoli.

Meritatissimi tutti i premi consegnati a Christoph Waltz: Oscar, Golden Globe, il premio BAFTA e il premio come miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes.

 

NUMERO 3

Mediterraneo, diretto da Salvatores nel 1991.

Un gruppo di soldati dell'Esercito Italiano viene mandato su una sperduta isola della Grecia. Quella che all'inizio sembrerà una terra disabitata, successivamente rivelerà invece la presenza di un popolo accogliente, con cui i soldati si legheranno per sempre. Si tratta del terzo film di Salvatores che affronta la tematica del viaggio, assieme a Marrakech Express e Turné; anche questi da vedere, che ve lo dico a fare. In questo caso è la favola a dominare sulla sceneggiatura, il viaggio di un gruppo di uomini che prima di essere soldati, sono amici.

Vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero e di tre David di Donatello, tra cui miglior film e miglior montaggio.

 

NUMERO 2

To be or not to be (titolo italiano: Vogliamo vivere!), diretto da Lubitsch nel 1942.

I tedeschi invadono la Polonia e la compagnia di attori di Tura e della moglie Maria rimane senza lavoro, finché non viene coinvolta in un complotto antinazista. Il titolo italiano è - come spesso accade - totalmente diverso rispetto all'originale, il quale è un richiamo esplicito ad una scena che si ripete nel corso del film. è una commedia di cui si parla poco purtroppo, ma rimane una delle migliori rappresentazioni della satira contro il nazismo mai realizzate. L'illusione del teatro si confonde perfettamente con la realtà.

 

NUMERO 1

Il grande dittatore, diretto da Charlie Chaplin nel 1940.

E va bene ve l'aspettavate, sarà banale, sarà tutto quello che volete ma Chaplin continua a mantenere il primato. Il caro Charlie si sarà anche pentito di aver realizzato una commedia (questo quanto dichiarato dal regista diversi anni dopo l'uscita del film), ma noi non ne siamo per niente dispiaciuti perché questa pellicola rimane unica nella sua originalità proprio grazie alla sua comicità. Prima dell'Hitler di Tarantino e di Lubitsch, è stato decisamente quello trasposto nel personaggio di Hynkel-Chaplin a risultare più grottesco e buffo. Il grande dittatore è fondamentale non solo per essere stato il primo film di successo antinazista ma anche per aver realizzato questa satira in modo indiretto e per essere stato il primo lungometraggio sonoro realizzato dal famoso regista. Fu ovviamente censurato all'epoca in quasi tutta l'Europa, in Italia venne distribuito solamente nel 1949.

 
CINQUE - I 5 migliori film comici sulla Seconda Guerra Mondiale PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Maccarrone   
Domenica 27 Maggio 2012 22:14

Dovete sapere che la scorsa settimana sono finalmente riuscita a vedere Bastardi senza Gloria, dopo 3 anni di tentativi falliti. Tutto merito della Festa del Cinema di Bologna, di cui vi abbiamo parlato nella puntatona della scorsa settimana (se ve la siete persa aspettate i podcast). Fatto sta che ho pensato: perché non scrivere "I 5" sui migliori film che trattano in maniera ironica la guerra? Sto portando avanti questa dura battaglia più o meno da quando Benigni ha vinto l'Oscar. Per carità, nulla da togliere a La vita è bella, ma è anche giusto che tutte quelle persone alle quali ho sentito dire "quel premio se lo merita perché è stato l'unico a raccontare una storia di guerra in chiave comica", si rendano conto che prima di Benigni qualcuno ci aveva già pensato. Per complicarmi la vita mi sono concentrata solo sulla Seconda Guerra Mondiale, infatti se avessi allargato il campo sarebbero diventati "I 7" perché mi sarei trovata costretta ad inserire almeno M.A.S.H. e Il Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Che comunque vi consiglio. Detto ciò mi accingo a stilare il mio personalissimo elenco de "I 5 MIGLIORI FILM COMICI SULLA SECONDA GUERRA MONDIALE".

 

NUMERO 5

Train de Vie - Un treno per vivere, diretto da Radu Mihăileanu nel 1998.

Le avventure degli abitanti di un villaggio ebraico che per sfuggire ai nazisti recuperano un vecchio treno, si travestono da tedeschi e fuggono alla volta della Palestina, la terra promessa. L'umorismo yiddish, la colonna sonora di Goran Bregović e i dialoghi italiani curati da Moni Ovadia danno vita ad una tragicommedia a tratti poetica ed esilarante.

Vincitore del premio Fipresci a Venezia 1998, premio del pubblico al Sundance Festival, David di Donatello per il miglior film straniero.

 

NUMERO 4

Inglourious Basterds (titolo italiano: Bastardi senza Gloria), diretto da Quentin Tarantino nel 2009.

Un gruppo di soldati americani ebrei, "I Bastardi", seminano il terrore tra le fila naziste con la loro violenza. Vengono ingaggiati dagli alleati per mettere in atto una missione in cui devono collaborare con una spia, l'attrice tedesca Bridget Von Hammersmark. Nulla va per il verso giusto, anche per colpa del "cacciatore di ebrei", colonnello Hans Landa. Le loro vicende si intrecciano con quelle dell'ebrea Shosanna, la quale è riuscita a sfuggire ad Hans Landa ed è diventata la proprietaria di un cinema a Parigi. Il cast stellare (Brad Pitt, Christoph Waltz, Michael Fassbender, Diane Kruger, Mike Myers…) porta avanti in modo geniale uno dei film migliori di Tarantino. La violenza dei Bastardi e l'ironia grottesca delle situazioni che si generano nel corso del film creano un mix allucinante ed irresistibile. Visto il passaggio da una lingua all'altra e la famosa scena in cui il tenente Aldo Raine e i suoi Bastardi si fingono italiani è fortemente consigliata, anzi è d'obbligo, la visione in lingua originale con sottotitoli.

Meritatissimi tutti i premi consegnati a Christoph Waltz: Oscar, Golden Globe, il premio BAFTA e il premio come miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes.

 

NUMERO 3

Mediterraneo, diretto da Salvatores nel 1991.

Un gruppo di soldati dell'Esercito Italiano viene mandato su una sperduta isola della Grecia. Quella che all'inizio sembrerà una terra disabitata, successivamente rivelerà invece la presenza di un popolo accogliente, con cui i soldati si legheranno per sempre. Si tratta del terzo film di Salvatores che affronta la tematica del viaggio, assieme a Marrakech Express e Turné; anche questi da vedere, che ve lo dico a fare. In questo caso è la favola a dominare sulla sceneggiatura, il viaggio di un gruppo di uomini che prima di essere soldati, sono amici.

Vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero e di tre David di Donatello, tra cui miglior film e miglior montaggio.

 

NUMERO 2

To be or not to be (titolo italiano: Vogliamo vivere!), diretto da Lubitsch nel 1942.

I tedeschi invadono la Polonia e la compagnia di attori di Tura e della moglie Maria rimane senza lavoro, finché non viene coinvolta in un complotto antinazista. Il titolo italiano è - come spesso accade - totalmente diverso rispetto all'originale, il quale è un richiamo esplicito ad una scena che si ripete nel corso del film. è una commedia di cui si parla poco purtroppo, ma rimane una delle migliori rappresentazioni della satira contro il nazismo mai realizzate. L'illusione del teatro si confonde perfettamente con la realtà.

 

NUMERO 1

Il grande dittatore, diretto da Charlie Chaplin nel 1940.

E va bene ve l'aspettavate, sarà banale, sarà tutto quello che volete ma Chaplin continua a mantenere il primato. Il caro Charlie si sarà anche pentito di aver realizzato una commedia (questo quanto dichiarato dal regista diversi anni dopo l'uscita del film), ma noi non ne siamo per niente dispiaciuti perché questa pellicola rimane unica nella sua originalità proprio per grazie alla sua comicità. Prima dell'Hitler di Tarantino e di Lubitsch, è stato decisamente quello trasposto nel personaggio di Hynkel-Chaplin a risultare più grottesco e buffo. Il grande dittatore è fondamentale non solo per essere stato il primo film di successo antinazista ma anche per aver realizzato questa satira in modo indiretto e per essere stato il primo lungometraggio sonoro realizzato dal famoso regista. Fu ovviamente censurato all'epoca in quasi tutta l'Europa, in Italia venne distribuito solamente nel 1949. 

 
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